Half Man

Dopo il fenomeno globale di Baby Reindeer, l’autore e attore Richard Gadd torna ad analizzare i meccanismi della manipolazione con Half Man, miniserie in sei episodi appena conclusa su HBO Max. Se nella sua opera prima metteva in scena l’ossessione partendo da un vissuto personale, qui decide di spingersi oltre, addentrandosi in un territorio ancora più spietato. Al centro della storia si colloca di nuovo un legame fondato sul controllo, ma l’interazione tra le parti si fa viscerale, spogliata di qualunque gancio ironico e focalizzata sulla ferocia dei rapporti maschili.

Una grigia Glasgow è lo sfondo della distruttiva relazione tra Niall e Ruben, figli di due madri diverse e cresciuti come fratelli, costretti a condividere lo stesso tetto a causa del legame sentimentale tra le due donne. La struttura si spezza in due blocchi temporali, con i primi tre episodi incentrati sulla giovinezza dei due ragazzi, interpretati da Mitchell Robertson e Stuart Campbell, e gli altri tre sulla loro vita adulta, con Jamie Bell e lo stesso Richard Gadd. Questo impianto, però, è scandito dalle incursioni del presente all’interno di ogni puntata, che chiariscono da subito come il racconto non sia che la decostruzione della scena iniziale (e finale). Un’evoluzione che evidenzia la dinamica costante in cui Ruben assume il ruolo di protettore e, contemporaneamente, di carnefice del mite Niall.

Half Man si fonda su una scrittura affilata e priva di sconti, capace di evitare dualismi rassicuranti di mostro e vittima. La sceneggiatura costringe lo spettatore a parteggiare per uno dei due protagonisti per poi svelare i traumi nascosti dell’altro, senza che l’operazione si traduca in una reale assoluzione dei comportamenti. In questo microcosmo soffocante si inserisce in modo organico il tema dell’omofobia interiorizzata, una gabbia invisibile che paralizza Niall nella scoperta di sé, veicolata attraverso l’interpretazione trattenuta di Bell in contrasto con quella esplosiva di Gadd. L’intensità del duello attoriale impone un ritmo serrato che altera la percezione del tempo, dilatando ogni sequenza oltre la sua effettiva durata.

Rispetto all’atmosfera a tratti sarcastica di Baby Reindeer, Half Man scende nel dramma puro, quasi teatrale, rivelandosi un’indagine sulla mascolinità tossica e la sua spaventosa capacità di infilarsi a fondo nell’identità.

[articolo originariamente pubblicato sul Messaggero Veneto]