Esistono stanze in penombra, sicure, in cui sembra comodo stare. Si finisce per arredarle bene, delinearne i confini. Scegliere chi può entrare e chi no. Solo che poi bisogna uscire e l’attrito è enorme, spiazzante. L’orizzonte non ha margini completamente nitidi, le persone nemmeno, così si cerca di costruire architetture anche lì. Ne viene fuori una struttura sostenibile, ancora protetta, ma delicata. È quella in cui vive Agnes, la protagonista di Sorry, baby di Eva Victor.
Agnes insegna letteratura in un college sperduto del New England e vive in una casa confortevole in mezzo ai boschi. La sua storia, che viene presentata senza seguire un ordine cronologico, riflette cosa accade quando un evento traumatico modifica le traiettorie della vita, in modo però quasi invisibile. Spesso l’invisibilità è anche legata alla natura dell’evento in questione, cosa che comporta per Agnes una maggiore difficoltà nel gestirlo. Tanto che, anche quando arriva una vecchia amica a farle visita, fatica a tenere la sua architettura in piedi. Le brecce, quando possibili, sono più facili con gli estranei, quelli che di fatto non possono davvero scalfire la struttura. La regista condensa questa condizione attraverso cinque capitoli disordinati, mostrando un processo di guarigione discontinuo e restituendo la possibilità di modificare la propria struttura interna a piccoli passi.
Quando ho visto Sorry, baby al NOAM, avevo da poco rivisto The master di Paul Thomas Anderson. Lì, il tormentato Freddie veniva soccorso da un uomo che gli prometteva una cura dallo stress post traumatico, una sorta di riscrittura emotiva. Quella però, di fatto, era manipolazione. Per Freddie la cura era un’altra prigione, era sottomissione al maestro, per Agnes il maestro è rappresentato solo da se stessa. Una condizione più subdola, perché può portare libertà oppure oppressione. Nella solitudine, infatti, si possono nascondere numerosi demoni, come viene palesato in Jeanne Dielman, 23, quai du commerce, 1080 Bruxelles di Chantal Akerman. L’architettura perfetta, la ritualità degli stessi gesti, nasconde insidie quasi impercettibili (fate caso a quando pela le patate!). Sono insidie che avrebbero potuto divorare anche Agnes di Sorry, baby, ma lei ha avuto anche altro a cui aggrapparsi.
[SPOILER SU THE MASTER, JEANNE DIELMAN E SORRY, BABY]
In The master e Jeanne Dielman la rottura della struttura architettonica (gli esercizi per Freddie, la routine metodica di Jeanne) è esplosiva (lui rifiuta il maestro, lei uccide un cliente), mentre in Sorry, baby avviene sottotraccia. Quello di Agnes è un carico arginato dall’affetto di un gatto o di un’amica, da un lavoro attivo con le parole — lei maneggia storie — e da una struttura psichica meno fragile rispetto a quella frantumata di Freddie o quella alienata di Jeanne. Eva Victor mostra che, perfino in buone condizioni, il recupero è lento, scoordinato, poco logico. Soprattutto se il trauma, tenuto sapientemente fuori dallo schermo nel film, è a lungo segretato come spesso accade quando si tratta di abusi. Implica un ulteriore strato di dolore da gestire nella penombra e, nel migliore dei casi, evolve lasciando la sola impronta della cicatrice. “Molte cose durano per sempre, anche se non vuoi”.
[dal numero Tra me e tutte le cose della newsletter cortomiraggi su substack]

