Portobello

Con l’arrivo oggi dell’ultimo episodio su HBO Max, si conclude Portobello, la miniserie con cui Marco Bellocchio indaga il caso Enzo Tortora, uno dei più famosi della cronaca italiana. Già nella prima delle sei puntate, si configura immediatamente il taglio del racconto, con i teatri di posa che si spalancano e proiettano lo spettatore nel vivo del programma televisivo dal titolo Portobello. Il volto del presentatore, che di lì a poco sarà accusato di affiliazione camorrista e traffico di stupefacenti, è affidato a Fabrizio Gifuni, capace di una mimesi che non scade mai nella caricatura. Come già accaduto con le vicende di Aldo Moro in Esterno notte, anch’esso con Gifuni, il regista decostruirà il personaggio per restituirne l’umanità.

Dalle prime accuse, accolte da Tortora con pacatezza e stupore, la tensione vibra sottopelle, anticipando il dramma prima ancora che si compia. Da un lato ci sono i 28 milioni di italiani incollati alle luci del varietà, la reputazione pubblica, dall’altro l’oscurità delle celle con i detenuti della Nuova Camorra Organizzata, luoghi con cui il protagonista dovrà interfacciarsi. Qui, tra Raffaele Cutolo e Pasquale Barra, emerge la figura distorta e accecata dall’odio di Giovanni Pandico, interpretato da un magnetico Lino Musella; mentre tra le persone del privato, spicca Romana Maggiora Vergano (già con Gifuni in Il tempo che ci vuole) nei panni della giornalista Francesca Scopelliti.

Nel ritrarre i fatti, Bellocchio sceglie una via precisa, che non imbocca lo spettatore e anzi lo mette alla prova. Inserisce frammenti ambigui, come l’immagine del conduttore che sniffa una sostanza indefinita nella prima puntata, per instillare un piccolo sospetto, poi confutato, e costringere chi guarda a interrogarsi sulla fragilità della verità. Enzo Tortora viene così filmato come un uomo razionale che finisce in un incubo surreale, costretto a difendere la propria innocenza contro una schiera di pentiti, che non presentano prove se non le loro testimonianze. Portobello racconta così uno degli errori giudiziari più grandi della storia italiana, trasformando un’aula nel teatro dell’assurdo.

[articolo originariamente pubblicato sul Messaggero Veneto]