Nel mezzo c’è tutto il resto

La visione della settima puntata di Pluribus ha accentuato in me un pensiero che mi ha tenuto all’erta, a più riprese, nell’arco dell’anno.

[INIZIO SPOILER PLURIBUS]

Si tratta del concetto di processo, di ciò che esiste tra la partenza e il traguardo, e del suo quasi impercettibile annientamento quotidiano, soprattutto tramite l’intelligenza artificiale (Vince Gilligan ha confermato il riferimento all’IA, dichiarandosi contrario al suo utilizzo). Nel settimo episodio, intitolato The gap, il più scorbutico dei sopravvissuti decide di raggiungere Carol senza chiedere aiuto agli Altri. Ogni suo passo, dall’attraversamento della foresta allo studio dell’inglese, è impervio e indipendente. Le sue scelte sono estreme e perciò fallimentari, ma il suo percorso mette in risalto il grande gap che si perde scegliendo la via più facile. Cosa che accade sempre più spesso nella vita di tutti i giorni, con frizioni diminuite ed errori corretti all’istante, creazioni rapide e processi mentali eliminati.

Nello stesso episodio, inoltre, vediamo Carol mentre si abbuffa di tutte le comodità e vie più facili che può sperimentare. Anche la sua è una reazione estrema, un modo per provare ancora qualcosa, in assenza di relazioni reali. Tanto che, alla fine è felice di vedere perfino un surrogato di persona, piuttosto che nessuno – da cui il collegamento con le relazioni parasociali in un mondo di solitudini.

Forse il punto è trovare una via mediana, sia nel processo, in cui gli strumenti sono utili e permettono ancora di costruire sbagliando, sia nelle relazioni, con emozioni a distanza, anche artificiali, in grado di arricchire l’esperienza reale. Ma, concretamente, come si fa? Non è mica facile disegnare i confini.

[FINE SPOILER PLURIBUS]

Oltre a questo particolare episodio, la serie si focalizza in realtà sulla possibilità di un globale controllo emotivo che azzera le individualità. Già diversi anni fa si era parlato di un tema simile in Equilibrium, il film con Christian Bale del 2002 e in Equals, diretto nel 2015 da Drake Doremus. Nel primo, le emozioni sono sopresse con un farmaco, nel secondo la causa è più genetica, in Pluribus invece si parla di un virus. In ogni storia c’è chi reagisce all’evento, più o meno consapevolmente (un funzionario, due amanti, una donna infelice) e compare una critica alla sopressione della libertà. Dei tre il più riuscito è senza dubbio Pluribus, forse anche perché nel tempo alcuni cambiamenti tecnologici e sociali sono diventati più tangibili.

Non è infatti un caso che Pluribus sia uscita lo stesso anno della seconda stagione di Severance, un’altra serie che evidenzia la perdita dell’identità in favore di un collettivo performante, sempre felice. E disumano.

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