Eternity

Dopo una breve parentesi nelle sale lo scorso autunno, Eternity è arrivato su Apple TV+ in concomitanza con il weekend di San Valentino, offrendo un romanticismo concreto e lontano da fantasie stucchevoli. Il film di David Freyne – interpretato da Elizabeth Olsen, Miles Teller e Callum Turner – utilizza la fantascienza come pretesto per indagare la possibilità di legami perpetui, attraverso una tecnologia che permette di prolungare la coscienza dopo la morte con la selezione di diversi scenari.

Al centro del racconto c’è Joan, costretta di fronte ad un bivio impossibile, ovvero scegliere con chi trascorrere l’eternità tra Larry, l’uomo con cui ha condiviso decenni di vita terrena, e Luke, il suo primo grande amore morto poco dopo il loro matrimonio. Il suo dilemma non è solo affettivo, ma identitario, poiché deve capire se preferisce la quotidianità stratificata condivisa con Larry o la purezza cristallina di un ricordo con Luke, se l’amore costruito o quello sognato.

Freyne evita i cliché del triangolo amoroso, pur giocandoci di tanto in tanto, e tende ad esplorare il potere della nostalgia e delle seconde occasioni. Viene da chiedersi, insieme a Joan, se sia possibile resistere alla tentazione di vivere una vita di cui si è stati privati, se quindi un ricordo perfetto possa trasformarsi in un amore rinnovato. D’altronde, per Joan rivedere Luke significa anche rivedere se stessa nel momento in cui la sua felicità è stata brutalmente interrotta, e poterla forse ricreare.

Elizabeth Olsen si conferma abile nel dare forma a personaggi sfaccettati, abitando un dolore che richiama le vette emotive di WandaVision e Sorry for your loss, ma che non esplode come in quei casi. Qui, si respira un’atmosfera più distesa, in cui la sua capacità sta più nell’evocare che nel dire. Un tratto, quello evocativo, che caratterizza la costruzione visiva dell’intera opera, fatta di colori caldi e piccole stanze in contrapposizione all’artificialità degli universi alternativi sottoposti ai personaggi.

Eternity trasforma il per sempre in una riflessione sulle mancanze, suggerendo che è la finitezza delle cose a conferire bellezza all’esperienza umana.

[articolo originariamente pubblicato sul Messaggero Veneto]