Sui divani degli altri

Cosa si fa quando la psicoterapia è poco accessibile e la solitudine dilaga? In Rental family si affittano le persone, o meglio, le emozioni. Nel film di Hikari, un attore americano residente a Tokyo viene assunto da una di queste agenzie di “affitta famiglie” per interpretare ruoli diversi a seconda delle necessità. Si troverà a vestire i panni del fidanzato, del padre, dell’intervistatore di un uomo che ha paura di essere dimenticato. Il tutto appoggiandosi su un concetto semplice, quello di protesi emotiva.

Il cliente sceglie un figurante, non un impostore. La sua presenza di finzione genera un benessere reale in chi lo ingaggia, riparando un’identità o una struttura sociale che altrimenti crollerebbe. Questa necessità di un innesto funzionale esiste anche in After Yang, opera distopica di Kogonada che sposta il discorso dal piano umano a quello sintetico. In un futuro prossimo, una famiglia tenta disperatamente di riparare Yang, un androide programmato per fare da fratello maggiore e custode delle radici culturali della figlia adottiva. Qui il robot non è un semplice strumento, ma il supporto vitale dell’equilibrio familiare, spezzato in seguito al suo malfunzionamento. La natura artificiale di Yang non invalida il dolore degli umani intorno a lui; al contrario, il film rivela che un’emozione mediata da un dispositivo tecnologico possiede una sua dignità.

Tornando su un terreno prettamente umano, si può parlare invece dell’impatto sulla collettività di un’idea come quella proposta in Rental family o, in un contesto più piccolo, in The Farewell. Nel film di Lulu Wang, quando una nonna cinese riceve una diagnosi terminale, la famiglia sceglie di nasconderle la verità, organizzando un finto matrimonio come pretesto per riunirsi e salutarla. La performance dell’allegria maschera il lutto imminente, trasformando la bugia in una cura anziché in un tradimento. La messinscena del matrimonio permette alla nonna e ai suoi cari di concedersi un momento di felicità, proprio grazie alla natura della recita.

In ognuna di queste storie la fantasia opera sulla realtà, distorcendola e migliorandola insieme. Che si tratti di affittare un parente, soffrire per un robot o celebrare una falsa festa, il processo non dipende dall’autenticità della fonte, ma dall’effetto finale. Ci si siede sui divani degli altri di continuo, si occupa spazi altrui, si concedono i propri. A volte, consciamente o meno, creando verità all’interno di menzogne.

[dal numero Sui divani degli altri della newsletter cortomiraggi su substack]