Alla prima lezione di letterature comparate, il prof disse che tutto ciò che vediamo e leggiamo si poggia su due cose soltanto: sesso e violenza. Due forze che, presenti o mancanti, hanno e avrebbero modellato l’intera narrativa, bastava solo farci attenzione. L’aveva detto con un vigore che ricordo nitido dopo quasi 15 anni.
Durante i titoli di testa di “Cime tempestose”, proprio nei primi secondi, si sentono dei gemiti strozzati. Tanto che una signora della mia fila ha esordito con “Ah, già inizia così?”, con un tono che sinceramente non capivo se fosse seccato o piacevolmente sorpreso. Ad ogni modo, poco dopo avrebbe dovuto ricredersi, perché quei gemiti non provenivano da un amplesso, ma da un’impiccagione. Sesso e violenza, appunto.
Estremi che hanno governato anche il clamore intorno al film, ben prima della sua uscita. Chi urlava al tradimento, chi alla libertà, alcuni si schifavano alla vista di un poster in stile copertina Harmony, altri si esaltavano per l’album di Charlie XCX. Si sapeva che Emerald Fennell avrebbe diretto un adattamento personale, a partire dalle virgolette del titolo, e la verità è che avrei voluto vederla esagerare fino in fondo, pur sapendo che non avrebbe potuto farlo. Il suo è un film rivolto al grande pubblico, che lo può amare oppure odiare, ma che ha soprattutto necessità di afferrarne almeno la superficie.
[SPOILER “CIME TEMPESTOSE” E BABYGIRL]
Sarebbe stato esaltante vederla abbracciare il cringe, facendo sostare gli spettatori nel disagio, invece di farglielo solo assaggiare. Ha osato un po’ di più con intuizioni visive (la parete!) e con le modifiche rispetto a Isabella, figura che Alison Oliver ha reso memorabile, ma non ha affondato come Halina Reijn con Babygirl. Anche se degli elementi sono spesso gli stessi (cane, ginocchia, liquidi), la differenza sta proprio nell’affondo. “Cime tempestose” solletica, Babygirl deforma. Non è una questione di scene più o meno esplicite, ma di sguardo. Fennell accenna il discomfort, lo serve tra uova rotte, lumache, gelatine, restando però sempre nel perimetro di un’estetica rassicurante. Reijn, invece, in quell’abisso ci sguazza. Non le interessa che lo spettatore capisca o si senta a suo agio, mira al turbamento svergognato, senza concedere valvole di sfogo.
In “Cime tempestose” sono le metafore a tenere in piedi una scrittura altrimenti piatta, in Babygirl è lo scavallamento del perimetro sicuro. Entrambi si fanno specchio di un bisogno esplicito, in passato negato, e generano reazioni smisurate. Il film di Fennell, inoltre, fa del perturbante femminile materia per un blockbuster d’autore, qualcosa di impensabile fino a pochi anni fa.

