Il dolore degli altri

C’è un cratere ignoto tra l’individuo e il mondo, un limite atavico. Eppure, dalla notte dei tempi, si sono costruiti ponti per attraversarlo ed entrare in risonanza con ciò che è altro da sé (e al tempo stesso parte). Uno di questi è, naturalmente, l’arte. Così, da Aristotele a Shakespeare, fino alla scoperta dei neuroni specchio, si è consolidata l’idea di poter sperimentare catarsi attraverso la visione di un’opera tragica, ovvero di poter sentire come proprio un tormento esterno e, perciò, purificarsi da esso. Ma, quando accade, resta comunque la catarsi di un dolore a metà (Dé Andre)?

Me lo sono chiesto dopo aver visto Hamnet, mentre una persona dietro di me tirava su col naso e una di fronte si alzava sbuffando. Quello di Chloé Zhao è un film che ricalca minuziosamente lo schema aristotelico della tragedia, poggiando proprio su Shakespeare e mettendo in scena una simulazione partecipata di un dolore indicibile. Se la catarsi fallisce, quel sentire non trova sfogo e precipita nel cratere, se invece si compie, la liberazione è possibile e tende all’universale. In questo caso, si tratterà sempre di una tensione e non di una soluzione, di risultati parziali, ma forse il punto è proprio lì.

Questa ricerca di interezza si manifesta in Zhao attraverso una dimensione atmosferica che trova un parallelo nel recente Train Dreams. In entrambe le opere, l’emotività viene depositata nel paesaggio; il vuoto è colmato nel legno, nel vento, nel cielo verso cui i personaggi guardano. In Hamnet, alla sensorialità si aggiunge il riferimento esplicito al teatro, laboratorio che permette il passaggio ad Hamlet attraverso l’architettura della narrazione. Ci sarebbe da chiedersi, come ha fatto Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri, se dare forma al trauma altrui non finisca per cannibalizzarlo, riducendolo a oggetto estetico, ma questo è un altro discorso*. Tornando ad Hamnet, ciò che la regista sceglie di illuminare non è l’artista, ma il pubblico, sia quello del Globe Theatre che quello in sala, e ciò che chiede è partecipazione attiva (sbuffo e soffio del naso sono reazioni opposte, ma attive).

Io, la sua richiesta, l’ho accolta. Ho sentito resistenza e fiducia al tempo stesso, una parte mi tirava su, verso la razionalizzazione di un sentimento urlato, l’altra mi diceva di abitare quell’urlo, di andare oltre l’imbarazzo e “tenere il cuore aperto”. Forse il dolore degli altri sarà sempre dolore a metà, ma in quella metà si può attraversare il ponte e sperimentare la catarsi, in uno spazio fragile e bellissimo tra ciò che è finito e ciò che non lo è.

*sul tema vi suggerisco il formidabile e fresco Madeline’s Madeline.

[dal numero Il dolore degli altri della newsletter cortomiraggi su substack]