Scatole

Un paio di settimane fa, avevo scritto di stanze in penombra riferendomi a Sorry, baby e ora sono qui a pensare alla casa di Sentimental value e alle ombre proiettate su quelle pareti bianchissime. Ce n’è una, nel mio salotto, che circa alle 16:30 gode in questi giorni dell’ultima mezz’ora di sole. Si forma una linea obliqua perfetta che divide l’aranciato dal grigio, intatta finché non si scontra col pavimento. Dura pochissimo.

Il film di Joachim Trier parla di Gustav, padre assente e regista inattivo da 15 anni, che torna nei luoghi un tempo anche suoi, ritrovando delle figlie ormai adulte e dei muri con le crepe. La maggiore, Nora, è più scontrosa della minore, Agnes, e condivide col padre lo stesso amore per l’arte lavorando come attrice teatrale. La miccia dei contrasti sommersi si accende quando Gustav chiede a Nora di interpretare la protagonista del suo nuovo film, provocando il suo rifiuto secco. Sarà così che, tra tinte fredde ed emotività evocate, si potranno scorgere le ombre di una famiglia spezzata.

In Sentimental value, Gustav non solo torna nella casa che abitava, ma sceglie anche di usarla come set per il suo ultimo progetto. In quegli spazi, con Nora, avrebbe voluto riscrivere i suoi ricordi, modellarli, o quantomeno mostrare i suoi sentimenti. È curioso notare che nell’ultimo anno siano usciti due film che hanno la casa come protagonista, ovvero Here di Robert Zemeckis, che indugia sul legame emotivo con l’abitazione, e Presence di Steven Soderbergh, che rende i luoghi custodi di presenze invisibili, ma percettibili. Se nel primo l’inquadratura è fissa e stabile, il secondo si muove in una soggettiva perenne.

Guardando Sentimental value viene poi naturale pensare a Ingmar Bergman e alla tradizione scandinava. Ci sono omaggi espliciti, come i volti di Gustav e Nora che si fondono ricordando quelli di Alma ed Elisabet in Persona, e riflessioni sulla potenza terapeutica delle immagini, come in Il posto delle fragole. In Trier il cinema è una lente visibile (la cinepresa, il set), in Bergman è soprattutto una lente interiore (le visioni e le parole, la realtà capita o distrutta). In entrambi, il risultato è la rottura del silenzio: i personaggi smettono di ignorarsi perché l’immagine li costringe a riconoscersi l’un l’altro.

In Sentimental value, Gustav non sa come comunicare con le figlie e il nipote se non attraverso i film. Il cinema, per lui – e senz’altro anche per me – apre le porte di case che altrimenti rimarrebbero soltanto scatole chiuse.

[dal numero Scatole della newsletter cortomiraggi su substack]