Aggrapparsi

In Train dreams c’è una scena significativa, non vi dirò a che punto, in cui una donna esclama: “Le conviene aggrapparsi a qualcosa!”. Si tratta di un suggerimento pratico e impulsivo, che la donna rivolge al protagonista e che, all’interno della storia raccontata, assume un senso più ampio.

Il film di Clint Bentley ritrae la vita di un uomo nella prima metà del Novecento, tra una famiglia in divenire e un lavoro che lo tiene lontano. Inizialmente si respira il cinema mistico di Malick (anche per l’uso della voce fuori campo) o si scorge il potenziale onirico di film come Mirror di Tarkovskij, ma andando avanti si viene portati giù, nella solitudine di Wendy e Lucy (margini, precarietà, cani) e nella sofferenza di Manchester by the sea (freddo, lutto, ricostruzione). Il tutto mentre risuonano le musiche di Bryce Dessner, uno che sa come evocare il buio dei suoni interiori.

Con Train dreams si assiste al famoso binomio “bellezza e terrore” di Rilke, una sintesi indicativa della vita e di quelle storie che riescono a raccontarla accarezzando l’universalità – senza pretendere di farlo. Mi ha ricordato cosa avevo provato l’anno scorso guardando Il gusto delle cose, anche per una certa modalità ASMR inerente ad entrambi. In quest’ultimo volta al piacere, costruita sui suoni legati alla campagna, alla preparazione di pietanze, al meteo; mentre in Train dreams volta alla malinconia, tramite il fruscio degli alberi, il legno spezzato, bruciato. Se nel primo il terrore è improvviso, e il piacere si gusta a fondo finché si può, nel secondo è onnipresente, è un’ombra che offusca la gioia. Una storia è più tragica dell’altra, non c’è dubbio, ma si assapora la stessa voglia di aggrapparsi alla bellezza, in qualunque forma arrivi.

[dal numero Aggrapparsi della newsletter cortomiraggi su substack]