Cortomiraggi

I miei racconti

Rifiorire a gennaio

Elisa

Fuori pioveva forte e per strada non c’era nessuno. Erano passate le vacanze di Natale e il freddo non creava più l’atmosfera perfetta, era solo freddo. Gli alberi ancora addobbati e le luci della città facevano a gara a chi resisteva di più. Il vento spingeva le decorazioni colorate agli angoli delle strade e aizzava il mare contro gli scogli. Riuscivo a vedere la schiuma delle onde, che appariva e scompariva nell’oscurità della notte.

Mio figlio aveva appena chiamato per dirmi che dalle sue parti la pioggia stava diminuendo e che per fortuna non aveva causato danni. Era diventato un bell’uomo mio figlio, alto e con la barba incolta, gli occhi azzurri della madre e le labbra sottili. Viveva da qualche anno assieme a una ragazza inglese, si erano conosciuti durante un viaggio all’estero e si erano innamorati come solo i giovani sanno fare, promettendosi tutto senza sapere niente.

Anch’io e sua madre ci eravamo innamorati così, e ancora più inconsapevolmente avevamo deciso di sposarci e amarci per sempre. Lei era una donna bellissima, affabile e testarda. Spesso mi dava ragione solo per farmi stare zitto, e altre volte si arrabbiava perché non parlavo abbastanza. Era una continua contraddizione, l’amavo alla follia.

Fu il mare a portarmela via. Era un giorno d’estate, le nuvole in cielo non sembravano minacciose e la nostra barca a vela si destreggiava bene fra le onde. Successe tutto molto velocemente, il mare cominciò ad agitarsi e il cielo a scurirsi, e quelle onde che fino a poco prima ci cullavano finirono per travolgerci. Non avevo neanche avuto il tempo di rendermene conto, un momento lei era lì accanto a me e quello dopo era scomparsa. Persa per sempre. Io invece mi ero salvato, se così si può dire.

Erano passati sei anni da quel giorno, ma certe cose non passano mai.

Si era fatto tardi, finalmente aveva smesso di piovere e all’orizzonte il mare iniziava a confondersi con il cielo. Incontrai mia moglie in un sogno, eravamo giovani e felici, tanto che al mio risveglio non avevo perso quella serenità trovata nella notte. Stavo preparando l’acqua per il tè quando suonò il campanello. Sulla porta c’erano mio figlio e la sua ragazza, lui aveva il suo solito sorriso sghembo e lei sembrava completarlo. Ridevano come bambini e non riuscivano a mettere insieme due parole. Ma l’acqua stava bollendo e io dovevo fare colazione, così li invitai a entrare. A quel punto lei mi afferrò la mano e la posò sulla sua pancia, mi guardò dritto negli occhi e poi si girò verso mio figlio. Era incinta, sarei diventato nonno.

Ora eravamo in tre a ridere senza controllo. Volevo piangere e volevo ridere, e probabilmente stavo facendo entrambe le cose. Non ci potevo credere, una nuova vita era in attesa di dare un senso alla mia.

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